Il migliore di tutti….è un italiano…

Leggendo articoli sul web, ho avuto modo di conoscere un’intervista rilasciata da Riccardo Cotarella al sito umbriaeconomia.it. Di seguito.

Enologo dell’anno secondo la prestigiosa guida del Gambero Rosso “Vini d’Italia”, dove ha inanellato undici vini a tre bicchieri, consulenze con ben quarantanove aziende, di cui sette all’estero, dodici collaboratori, un’azienda di successo di cui divide la proprietà con il fratello Renzo.

Potrebbe sentirsi arrivato e decidere di “tirare i remi in barca”, godendosi tanto successo e fama. Ma non è così, Riccardo Cotarella non si ferma e continua a guardare al futuro, nonostante tutto perché, come lui stesso dice “Io vivo per il vino”. Del quale adora la sua imprevedibilità , il suo non essere mai scontato e che lo porta ad essere quasi un pioniere in questo campo, o meglio, uno scienziato, per un lavoro che svolge con estrema meticolosità ed infinità pazienza.

E quasi come un pioniere, dopo essersi fatto le ossa nelle cantine dell’Orvietano, prima, e in quelle nazionali poi, si è lanciato alla conquista degli States, dove è nata e la sua leggenda, tornata poi di rimbalzo nella madrepatria. Ora è tempo per una nuova sfida, la conquista della Francia, da sempre terra ostica verso i vini e gli enologi italiani.

Recentemente gli è stata infatti affidata la conduzione tecnica di due Chateau di Bordeaux, una vera e propria consacrazione, la definisce la rivista “Gambero Rosso”.

L’INIZIO DELLA CARRIERA NELL’AZIENDA DI FAMIGLIA

La storia di quest’orvietano, che parte dall’azienda di famiglia a Monterubiaglio, è indissolubilmente legata a quella dei vini eccezionali che ha creato, frutto di un intuito e di un’esperienza che gli hanno fatto guadagnare il titolo di “wizard”, mago, dagli Americani, letteralmente stregati dalle sue magiche alchimie tra uve e vigneti. Un enologo capace di parlare tre lingue, continuamente all’estero, ma che resta legato alle sue origini orvietane. Una passione quella per il vino, che doveva scorrere nel sangue di questo “figlio d’arte”, ereditata dal nonno e dal padre e oggi tramandata a figli nipoti. Dopo gli studi compiuti alla scuola enologica di Conegliano Veneto, a 19 anni arriva la prima, vera, grande occasione, la conduzione della cantina dei Vaselli, a Castiglione in Teverina.

“Un’esperienza importantissima – ricorda Cotarella – perché mi ha permesso di sentire parlare di vino ventiquattro ore su ventiquattro e di avere a che fare con la prima tecnologia utilizzata all’epoca, ma che mi ha permesso anche di imparare dai primi errori. Forse, però, c’è stato un pizzico di incoscienza da parte loro ad affidare un incarico del genere ad un ragazzo”. O forse i Vaselli avevano semplicemente intuito già il genio che si nascondeva in lui. Da lì in poi il suo nome e la sua abilità cominciarono a circolare presso le più rinomate aziende vitivinicole non solo dell’Orvietano e dell’Amerino, ma anche fuori dai confini umbri, dal Piemonte alla Sicilia.

IL SUCCESSO LEGATO ALLE TECNICHE VITIVINICOLE

Una fama costruita a forza di esperimenti e sfide, che in più di un’occasione hanno fatto storcere il naso a diversi intenditori. Come quando nell’ambiente lo presero per matto perché lui insisteva con la tecnica dello sfoltimento, ovvero con l’eliminazione dei grappoli in sovrappiù per consentire a quelli che rimangono di avere maggiore disponibilità di linfa, ottenendo una migliore qualità per il vino. Ma vallo a spiegare a quei produttori che al solo pensiero di buttare via l’uva si sentivano male. “Oggi sono i miei più grandi estimatori ed amici – commenta divertito il “mago” – ormai è infatti norma che il trenta per cento di una pianta venga sacrificato se si vuole avere una resa buona. E la qualità costituisce il fattore trainante sul mercato”.

Un pioniere, dunque, che proprio come tale nel 1981 decide di fare il “grande salto”, intraprendendo la libera professione e lanciandosi alla conquista degli Stati Uniti. “Avevo voglia di fare nuove esperienze, di esplorare nuovi territori e nuove mentalità. Scelsi la West Coast perché era lì, all’epoca, che avveniva il cosiddetto “Rinascimento” del vino a livello di gusto, di moda, di culto e di mass media”spiega. Un’intuizione che gli ha dato ragione, perché gli Americani restano affascinati dalla cosiddetta “Cura Cotarella”, vale a dire la sua esperienza e capacità di creare vini eccellenti, risollevando le sorti di aziende vitivinicole in crisi o regalandogli il successo.

E la sua fama è salita alle stelle da quando Robert Parker, il più influente critico enologico d’oltreoceano, qualche anno fa si è invaghito dei vini ed ha iniziato a recensirli con punteggi altissimi. La sua notorietà è poi tornata come un boomerang dalla California all’Italia, alla Francia e al resto d’Europa. Il risultato è che oggi l’agenda di Riccardo Cotarella è fittissima di impegni in mezzo mondo ed ottenere una sua consulenza è quasi come vincere un terno a lotto. Sono quasi una cinquantina le aziende che hanno questa fortuna di averlo come enologo di fiducia, di cui quattro francesi e tre americane. Si avvale di dodici, fidatissimi collaboratori, alcuni dei quali lo seguono da oltre vent’anni e a cui ha trasmesso la sua stessa passione e gusto per la ricerca (“diversamente non potrebbero lavorare con me” – ammette).

Senza dimenticare i vini prodotti insieme al fratello Renzo, che è anche direttore generale della Marchesi Antinori, nell’azienda di loro proprietà, la Falesco di Montefiascone. Azienda famosa tra gli appassionati soprattutto per un vino, il Montiano, un rosso prodotto con sole uve merlot che si è più volte guadagnato il traguardo prestigioso dei tre bicchieri. Quest’ultima è la grande passione del winemaker più famoso d’Italia visto che lo metterebbe anche nel cappuccino, come ha scherzosamente confessato agli amici.

Questo è dunque oggi Riccardo Cotarella, enologo ricercatissimo. D’altronde averlo come consulente di fiducia sembra significare automaticamente un guadagno certo, visto che da circa tredici anni in qua ha praticamente cambiato il modo di fare i bianchi ed i rossi dell’Italia centrale.

LA TECNICA CHE PORTA AL SUCCESSO

Ma qual è il segreto della “Cura Cotarella”? Non si tratta di formule magiche, a dispetto del soprannome di “mago”, ma è il frutto di una passione per un qualcosa che dopo tanti anni non lo ha ancora stancato, ma che anzi non finisce mai di stupirlo. “Il vino non è mai scontato, i risultati di innesti e vendemmie sono sempre imprevedibili. Il vino va scoperto e capito nelle sue potenzialità.

Ma pretende un grande rispetto – avverte l’esperto – e anche molta umiltà. Se ci si avvicina con arroganza si può essere traditi…”. E serve poi studio, esperienza, pazienza e soprattutto niente improvvisazione. “Oggi un enologo deve essere anche un agronomo – sottolinea – ed. è il tipo di vite, ma anche il terreno e il versante dove fare l’impianto che fanno la differenza. Il sole che si assorbe con una esposizione a nord non è lo stesso di quello che si accumula a sud o sud ovest. E’ importante anche quello che in termini tecnici è chiamato diradamento dei grappoli sulla vite. I grappoli preferiti sono quelli più vicini al cosiddetto cordone speronato, insomma, al fusto della vite”.

Esperimenti e selezioni, studi e programmi sono fondamentali per ottenere un buon vino. E poi c’è la fase della raccolta. “Quella più delicata, da settembre a novembre è il momento in cui arriva al culmine un processo fatto di innesti, di radici, di rilevamento e di andamento stagionale che non si può mai prevedere se non approssimativamente”. Tanta bravura è essenzialmente dovuta alla professionalità e alla cura con cui segue i vigneti e le aziende che gli vengono affidate, la cui riqualificazione ristrutturazione richiede tempi piuttosto lunghi, minimo cinque anni per un bianco e fino ad otto per un rosso.

PRODUTTORE E MANAGER

Prima di realizzare l’impianto, come ha spiegato Cotarella, occorre almeno un anno di studio, pi servono altri cinque anni per portare un bianco a produzione, per i rossi servono altri due anni di invecchiamento. E poi c’è l’introduzione sul mercato, un fase che oggi, vista la forte concorrenza, è molto importante. “Occorre in attesa che il vino sia pronto, preparare il mercato, incuriosendo esperti ed acquirenti. Bisogna far in modo che se ne parli ancora prima del suo “debutto”, magari già diffondendo il nome che poi si va ad identificare con un certo stile” – sottolinea l’enologo orvietano. Dallo studio alla strategia di marketing, tutte fasi che segue in prima persona, quando accetta di fare da consulente per un’azienda vitivinicola. E si sa che la cura Cotarella funziona, visto le continue richieste che giungono sul suo tavolo da parte dei produttori. Una fama che, tradotta, vuol anche dire ottimi guadagni, ma su questo aspetto il winemaker orvietano non si sbilancia.

“E’ comunque un lavoro che dà molte soddisfazioni anche da quel punto di vista, ed in tempi brevi, sia al produttore che a chi vi collabora”.

LE METE DA RAGGIUNGERE

Nonostante tutti questi successi, lui è comunque sempre alla ricerca di nuovi obiettivi, una “sete” che lo fa interessare soprattutto a quei terreni ancora tutti da scoprire e che non rientrano nelle zone migliori, quelle cosiddette “vocate”: “mi piace lavorare nelle zone non famose dove c’è ancora da sperimentare e studiare. E’ inoltre importante che lo studio per l’impianto dei vitigni venga elaborato in funzione delle peculiarità di quella zona”. Ed un territorio che va riscoperto è, secondo la sua autorevole opinione, proprio quello Orvietano, cui comunque deve sempre molto, essendo stato il suo trampolino di lancio verso la fama internazionale.

“E’ una zona che può dare ancora molto, essendo ricca e varia per composizione e morfologia dei terreni, ma va studiata meglio, con programmi più approfonditi”. Cosa che i produttori sembrano aver capito, visto che oggi Cotarella sempre più si confronta con proprietari di vitigni, come lui stesso sottolinea, molto preparati e che vogliono partecipare a tutte le varie fasi, da quella tecnica a quella commerciale. “Fortunatamente ci sono già diverse aziende che hanno intrapreso questo cammino e sono sicuro che nel giro di tre anni ci sarà una grossa esplosione dal punto di vista qualitativo per il Classico ed il Doc di Orvieto”.

Parole che fanno ben sperare tutti i produttori della zona, alle prese soprattutto con una crisi che ha colpito il “bianco”. “Il problema è che spesso i vitigni di queste zone non sono stati capiti fino in fondo, e anche il vino non è stato compreso per quanto riguarda la degustazione. Io stesso se avessi capito dieci anni fa quanto è importante la fase della programmazione avrei guadagnato tempo prezioso, visti i periodi lunghi che caratterizzano la produzione vitivinicola. Dieci anni, infatti, significano quattro generazioni per il vino”.

QUALITA’ E’ MEGLIO DI QUANTITA’

Puntare sulla qualità a scapito della quantità, una ricetta che ora il Consorzio Vini d’Orvieto” ha recepito, puntando ad una modifica radicale del disciplinare che regola la produzione del vino e della base ampellografica, ovvero degli uvaggi che compongono il “bianco” di Orvieto. Una scelta che Cotarella approva in pieno, anche se molto va fatto ancora per far uscire l’”Orvieto” dal momento di stasi che attraversa. “Il Classico è un vino che in questi anni di crisi è sopravvissuto grazie alla sua qualità – spiega l’enologo – ma per riconquistare il mercato occorrono migliori strategie di marketing, puntando ad un rinnovo profondo dell’immagine, anche a livello di singola azienda”.

Lo stesso enologo ha voluto dare un esempio con “Opinioni”, Orvieto Doc Superiore, affidato alle sue mani con l’intenzione di mostrare tutte le grandi potenzialità del “bianco” di Orvieto. Il progetto “Opinioni” è partito quattro anni fa grazie allo sforzo congiunto di tre cantine, la Cardeto, la Carraia e la Monrubio che rappresentano il settanta per cento della produzione di Orvieto. Un vino che punta su Grechetto G5, un vitigno autoctono, e Procanico, tra gli altri, uve sulle quali si punta ora anche il Consorzio dei produttori orvietani. “Mi sento ancora di consigliare ed insistere sull’Orvieto – consiglia il famoso enologo – da scegliere tra i migliori, , ma nella nostra zona si producono pure ottimi “Sangiovese”, anche se preferisco sempre un vino a base di Merlot, una passione da riconoscenza , la mia, perché grazie a questo ho capito molto sui vini rossi.

DONNE E VINO

Al momento il winemaker incoronato enologo dell’anno è coinvolto in diversi progetti. Molto impegnativo è quello che lo vede in veste di consulente per due aziende vitivinicole molto importanti in Puglia ed in Sicilia, dove si tratta di rivedere tutta la conduzione. Ma la vera sfida è quella con i cugini d’Oltralpe, visto che è il primo enologo italiano ammesso alla difficile corte dei vini francesi.

“La Francia ci percepisce come estranei – commenta infatti Cotarella – a me e al mio “entourage” l’arduo compito di fargli cambiare idea”. Una fiducia reciproca tutta da conquistare, con l’enologo costretto a portare con sé tutti i suoi collaboratori. E’ consapevole della difficoltà del compito che gli è stato affidato, un italiano alle prese con il celebre Bordeaux, ma è allo stesso tempo molto soddisfatto. Senza dubbio, però, la sua più grande soddisfazione è quella di aver creato una vera e propria “macchina da guerra”, tanto per usare le sue stesse parole, riferendosi al fatto di aver coinvolto nella sua “avventura”, che già divideva con il fratello Renzo, sua figlia, laureata in agraria, suo marito, che ha abbandonato la facoltà di architettura ed iscriversi a quella con più attinenza alle tradizioni di famiglia e ora anche la nipote.

Ed è con le donne che il “mago” vede il futuro del vino, donne che nel campo delle pubbliche relazioni hanno ottime capacità, garantendo al vino una presentazione più consona, in considerazione, appunto, del ruolo importante che oggi gioca l’immagine. Donne e vino, dunque, un’accoppiata vincente per dare una marcia in più ad un prodotto che, soprattutto nel comprensorio Orvietano gioca un ruolo fondamentale per il suo sviluppo economico. E c’è da dargli retta, viste le previsioni rivelatesi sempre azzeccate del “mago” Cotarella.

Tratto da www.umbriaeconomia.unn.it

Vendemmia 2009: i risultati

Ottima qualità in tutta Italia, ma prezzi in calo fino al 40%, e anche un’inattesa diminuzione della quantità di vino prodotto del -4% sulle stime di agosto, con 44,5 milioni di ettolitri sui 46,3 del 2008%. Ecco i dati definitivi (scaricabili anche dal sito www.assoenologi.it) sulla produzione di vini e mosti della vendemmia 2009 di Assoenologi, l’organizzazione degli enologi e tecnici italiani, diretta da Giuseppe Martelli, con il conferimento delle uve ormai agli sgoccioli.
Un calo che, sul fronte della quantità, si spiega, secondo l’organizzazione, con il “bizzarro andamento del clima di settembre, prima torrido e poi con piogge torrenziali soprattutto al Sud”. “In questo contesto – precisa Martelli – si inserisce la produzione 2009, con una qualità complessivamente ottima, soprattutto al Centro-Nord, una produzione decisamente al di sotto della media pluriennale, ma un mercato all’ingrosso delle uve che si è rivelato alquanto fiacco e un mercato dei vini ancora fermo e orientato fortemente al ribasso con punte che, per alcune varietà, arrivano anche al 40% del prezzo pagato lo scorso anno”.
A livello regionale, il Veneto, con 7,7 milioni di ettolitri, si conferma, per il terzo anno consecutivo, la regione più produttiva, ed insieme alle sole Emilia Romagna, Puglia e Sicilia, producono oltre il 50% di tutto il vino italiano.
Il calo produttivo ha colpito soprattutto le regioni del Sud, e particolarmente Puglia (-15%), Abruzzo (-15%), Sicilia (-10%) e Marche (-10%). Il Piemonte, la contrario, è stata la regione in cui la quantità è cresciuta di più (+15%).
Sul fronte dell’export, a conferma che i consumatori stranieri continuano a bere vino, ma si orientano su bottiglie di prezzo più basso, Assoenologi conferma che nella prima metà 2009 i volumi hanno registrato una crescita del 6,9%, con il valore in caduta del 7,3% sullo stesso periodo 2008.
Il vino italiano, quindi “tiene le sue posizioni – commenta Assoenologi – anzi le incrementa, ma solo grazie ad una forte compressione dei margini. Una situazione che, aggravata dalle non trascurabili scorte giacenti nella stragrande maggioranza delle cantine non potrà essere sostenuta a lungo da molte aziende in generale, soprattutto dalla parte più fragile della filiera”.

I numeri – La produzione italiana di vini nel 2009
Regione, Variazione % sul 2008, Ettolitri stimati nel 2009
Piemonte +15% – 2.850.000
Lombardia -5% – 1.190.000
Trentino Alto Adige +5% – 1.190.000
Veneto 7 -5% – 7.710.000
Friuli V.G. = – 1.010.000
Emilia Romagna +5% – 6.660.000
Toscana = – 2.800.000
Marche -10% – 780.000
Lazio = – 1.800.000
Abruzzo -15% – 2.600.000
Campania +5% – 1.850.000
Puglia -15% – 5.900.000
Sicilia -10% – 5.560.000
Sardegna +5% – 610.000
Altre (Valle d’Aosta, Liguria, Umbria, Molise, Basilicata, Calabria) +5% – 1.990.000
Totale -4% – 44.500.000

 

Fonte: Assoenologi

Record di visite

Grazie a tutti per il record di visite giornaliere: il 30 ottobre hanno visualizzato il blog in 690 !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

Vinitaly 2010

….la quarantaquattresima edizione del Vinitaly si svolgerà dall’ 8 al 12 aprile!!

..alcuni dei migliori locali in cui mangiare…e bere…

La cucina umbra è una delle più gustose e saporite di questo Paese. Molto tradizionale e basata su ingredienti base quali funghi, tartufo, cacciagione e paste fatte a mano.

Ci sono moltissimo locali che vale la pena di visitare…anche a costi abbastanza elevati. Ma la qualità si paga…e qualche volta abbinata anche ad una buona quantità.

Da Todi ad Orvieto, da Montefalco a Bevagna si possono contare numerosissimi ristoranti pronti a soddisfare ogni tipo di esigenza.

Il primo in cui vale la pena recarsi è senza dubbio il Pane e Vino di Todi. Vanta piatti molto ben elaborati tra cui spicca uno spezzatino di cervo cotto con polenta. Assolutamente da provare l’antipastone Pane e Vino. 3 portate in cui formaggi tipici accompagnati da marmellate e gelatine di sagrantino, affettati d’oca, cinghiale e cervo. Guanciale cotto con aceto balsamico, foglia di verza con dentro gorgonzola fuso. Eccellente. Carta dei vini molto buona. Tra i dessert sicuramente le pesche o melone al porto sono da provare. Prezzo medio: 35-40 €.

Il secondo ristorante ottimamente recensito su molte guide enogastronomiche d’Italia è lo Spiritodivino di Montefalco. Locale che si svolge su 2 piani, al terzo ci sono camere per intrattenersi anche la notte. Carta dei vini fantastica, mai vista così ricca. Circa 700 etichette tra italiani e francesi! Piatti estremamente elaborati..presente una sfoglia con pata negra…tagliatelle con piaccione…antipasto con carne di cinta senese! Cortesia e gentilezza del gestore..il quale non disdegna di presentare il vino scelto. Il pasto termina con cioccolatini a volontà offerti dal locale! Prezzo medio: 40/50 €.

A Porano, piccolo Paesotto a 10 minuti da Orvieto c’è il Boccone del Prete. Ristorante molto ben rifinito, scavato all’interno del tufo, molto caratteristico. Sicuramente la carta dei vini andrebbe migliorata, ma riprende punti sul menù! Coratella, paste con funghi, tartufo, zuppe gustose patate, radicchio e cipolle cotte sotto al fuoco e molto altro in un ristorante in cui il prezzo medio è di 30/35 €.


La frase…

“La forza sconvolgente del vino penetra l’uomo

e nelle vene sparge e distribuisce l’ardore”

Lucrezio,   De rerum natura


…è finita l’estate…

L’estate è ufficialmente finita, almeno per me. Era ora!
Troppo caldo, si suda troppo e non si può bere vino rosso… O meglio si può ma non è consigliato. E’ anche una questione di gusti ovvio, ma quando fuori fanno 30°, forse un bicchiere di vino bianco fresco va giù molto ma molto meglio di un rosso pesante..

Dunque ecco che cominciano le giornate uggiose, fresche, nebbiose e di conseguenza si torna a pensare di bere qualche buon bicchiere di vino…..rosso ovviamente. Durante questi mesi estivi ho avuto modo comunque di andare alla ricerca di qualche buon locale dove unire l’ottima cucina a vini eccezionali del posto. Ultimo ristorante – enoteca è stato Spiritodivino, a Montefalco. Dove ho potuto pasturare con un antipasto a base di affettati di cinta senese (ottimi) accompagnati da un Rosso di Montefalco dell’azienda Perticaia. Voto del vino 9! Peccato che il titolare abbia voluto presentarsi sbagliando clamorosamente il significato della parola “Perticaia”… (secondo lui è un semplice sostegno alla vite quando invece è un aratro che veniva usato in passato per le lavorazioni).

Tralascio tutti gli altri vini altrimenti ci vorrebbero 10 pagine per descriverli!
Ovvio che durante il periodo estivo è meglio uscire, starsene fuori piuttosto che sedersi davanti ad un pc e scrivere qualcosa. Negli ultimi giorni, però, è cambiata la tendenza. Ho riniziato a leggere ed informarmi. Ultima novità che ho apprezzato moltissimo è l’enoteca on-line Viniamo (www.viniamo.it), dove si possono trovare moltissimi vini con riportate le caratteristiche e gli abbinamenti consigliati. Davvero gran bel sito.

Ogni tanto si potrà nuovamente vivere splendide serate con gli amici, cene a base di arrosti fatti in casa e ovviamente litri di vino!

In ultimo questa è una vecchia canzone di Piero Ciampi, colui che diceva che la compagna unica e più fedele e più inseparabile resta la bottiglia!….

La cantina del mese: Alturis

Sabato pomeriggio ho avuto modo di acquistare 2 bottiglie di vino bianco, una delle quali in offerta poichè considerata dal rivenditore la cantina del mese.

Si tratta di un’azienda friulana che produce sia vini bianchi che rossi. Giustamente però, trovandoci in clima estivo, i bianchi sono più graditi e dunque preferiti nell’acquisto.

L’azienda, denominata Alturis, è situata all’estremo nord est del Paese, in prossimità di Cividale del Friuli, quasi al confine con la Slovenia. Le Alpi Giulia al nord ed il mare ad est, rendono il territorio ottimale per la coltivazione della vite, creando un microclima eccellente.

La produzione è così ripartita: 70% bianchi e 30%  rossi.

05_Traminer_AromaticoPer quanto concerne i bianchi troviamo ben 5 tipologie di vini: Pinot Grigio, Chardonnay, Sauvignon, Friuli e Traminer aromatico. Da notare che il friuli è il vitigno autoctono della zona per eccellenza. La scelta è ricaduta sul Traminer, vitigno da cui si ottengono vini molto aromatici ed estremamente graditi per un aperitivo.

Sono uno di quelli convinto che il tipo di bottiglia e soprattutto l’etichetta devono fare la loro figura e soprattutto la differenza nel momento della scelta, in poche parole deve attirare l’attenzione del consumatore. Ad esempio un Traminer lo si riconosce per il tipo di bottiglia: alsaziana. In questo caso l’azienda in questione ha deciso di usare una classica borgognona. Il prezzo era in offerta e per cui ho deciso di prenderla.

Appena arrivato a casa (le 19) ho avuto il problema di portare la sua temperatura sui 10°. Così l’ho riposta nel punto più gelido del congelatore. Un’ora dopo era un ghiacciolo.

E’ stato un vero piacere stapparla e poter apprezzare la grande aromaticità e freschezza. Anche il costo è ottimo: di norma un buon traminer si trova sui 8/10€; questa bottiglia veniva 5,60€. Super consigliato, tanto che prossimamente proverò anche gli altri 4 vini bianchi della stessa cantina.

Sito web dell’azienda: http://www.alturis.it/

Le bottiglie da vino

BORDOLESE
bot_bordoleseIn vetro piu’ o meno pesante, è forse la forma di bottiglia piu’ diffusa e versatile. E’ originaria di Bordeaux (da qui il suo nome) e contiene sia vini bianchi che vini rossi. Nel primo caso è quasi sempre di vetro trasparente, nel secondo è prevalentemente verde scuro ma non mancano, soprattutto in Italia, bordolesi marroni. L’utilizzo del vetro trasparente per i vini bianchi è regola piuttosto deprecabile. Proprio i vini che avrebbero infatti maggior bisogno di protezione, vengono imbottigliati con vetro di colore trasparente che non filtra in alcun modo l’azione logorante della luce.

BORGOGNONA
bot_borgognottaTipica della Borgogna, è adatta sia ai bianchi che ai rossi ed è largamente usata in tutto il mondo, soprattutto per gli Chardonnay e per i Pinot Nero. Il vetro è verde scuro o marrone per i rossi, color foglia morta o trasparente per i bianchi.

ALBEISA
bot_albeisa1Simile alla Borgognona è utilizzata in Piemonte soprattutto per i vini rossi. E’ quasi sempre di colore marrone

RENANA
bot_renanaOriginaria della zona del Reno, è bottiglia in vetro verde (per vini di Mosella e Alsazia) o marrone, ed è usata per i vini bianchi fruttati di Germania, Alsazia e di molte altre zone del mondo.

ANFORA
E’ utilizzata soprattutto dai produttori marchigiani di Verdicchio. Il colore è generalmente verde.

FIASCO
Realizzati in vetro soffiato, sono rivestiti di paglia intrecciata a mano. Tipici della Toscana, sono stati per molti anni sinonimo di Chianti. La capienza di queste particolari bottiglie è di circa 2 litri.

SPUMANTE
Il vetro è scuro, pesante, spesso. Ha il fondo concavo e resiste alla pressione che lo spumante esercita al suo interno (fino a 6 atmosfere). La sua capacità standard è di 0,75 litri ma se ne realizzano anche di altri formati fino alla Nabuchodonosor della incredibile capacità di 20 litri ! E’ quasi sempre di colore verde e, raramente, trasparente.

NOMI DELLE BOTTIGLIE IN BASE ALLA LORO DIMENSIONE

Quarto 20 cl o 18,5 cl – 1/4 di bottiglia
Media o Mezza 37,5 cl – 1/2 bottiglia
Bottiglia 75 cl – 1 bottiglia
Magnum 1,5 lt – 2 bottiglie
Jéoroboam 3 lt – 4 bottiglie
Réhoboam 4,5 lt – 6 bottiglie
Mathusalem 6 lt – 8 bottiglie
Salmanazar 9 lt – 12 bottiglie
Balthazar 12 lt – 16 bottiglie
Nabuchodonosor 15 lt – 20 bottiglie

ALTRI NOMI IN BASE ALLA CLASSIFICAZIONE FRANCESE

Mignonette – 0,2 l (Champagne)
Fillette – 0,35 l (Loire)
Petite bouteille – 0,5 l
Clavelin – 0,62 l (Jura)
Bouteille – 0,75 l
Magnum – 1,5 l
Marie Jeanne – 2,5 l
Double Magnum – 3l
Jéroboam – 3l (Champagne)
Jéroboam ancienne – 4,5 l
Jéroboam – 5 l
Bouteille Imperiale – 6 l
Mathusalem – 6 l (Champagne)
Salmanazar – 9 l (Champagne)
Balthazar – 12 l (Champagne)
Nabuchodonosor – 15 l (Champagne)
Melchior – 18 l
Primat – 27l (Champagne)
Melchizedec – 30l (Champagne)

La Bottiglia Renana può anche essere denominata Alsaziana.

Il grado alcolico dei vini italiani è troppo elevato!

L’elevata gradazione alcolica dei vini sta diventando un problema agli occhi del pubblico dei consumatori medi, sempre più a caccia di prodotti cosiddetti “leggeri”, e di parte dei media che, con una qualche ragione, sta dedicando un’attenzione crescente proprio a quei vini, dalla bevibilità, almeno sulla carta, più piacevole e meno impegnativa.
Dal punto di vista organolettico, però, la gradazione alcolica non è poi un elemento così decisivo nel determinare una maggiore o minore bevibilità o una maggiore o minore qualità di un vino. Se si è raccolto un’uva sana, al punto giusto della sua maturazione, e quindi con una buona acidità e una buona struttura, non c’è assolutamente nulla di male nell’avere un vino ad alta gradazione, anzi. Il vino, infatti, dovrebbe essere un punto ormai decisamente noto e assodato, è il risultato di un complesso, quanto fondamentale equilibrio fra le sue varie componenti e la considerazione univoca ed isolata di una sola di queste, è, di solito, fuorviante o addirittura sbagliata. Altra storia, che accenniamo per completezza, è invece quella dei vini stilisticamente “forzati”, ottenuti, di solito, attraverso una surmaturazione delle uve o una disidratazione del grappolo sulla pianta, ma anche attraverso tecniche di estrazione estrema in fase di fermentazione, che, evidentemente, alterano del tutto le caratteristiche di un vitigno e poi di un vino, fino a renderlo un prodotto senza origine e, soprattutto, senza originalità. Vini, ricordiamolo, che, comunque la si pensi, rappresentano, ancora, il modello preferito dai mercati.
Detto questo, tuttavia, un problema sulla gestione del grado alcolico dei vini italiani (estendibile, peraltro, anche alla Francia) sembrerebbe realmente esistere e si accinge a rappresentare un nuovo banco di prova per aziende e tecnici.
Le cause sono riconducibili principalmente a due fattori: da una parte un certo cambiamento climatico, o, se si preferisce non avventurarsi in previsioni, almeno una diversa distribuzione del calore e delle piogge sui nostri vigneti, che ha, per così dire, compromesso la gradualità dei tempi di maturazione delle uve; dall’altro gli effetti delle tecniche agronomiche più moderne e delle migliori scelte clonali, che hanno ormai cambiato lo standard qualitativo pressoché dell’intero “vigneto Italia”, aumentando, appunto, anche la capacità dei vigneti di accumulare gradi zuccherini.
La somma di questi due fattori sta obbiettivamente creando qualche difficoltà e se il mercato richiederà prodotti a più basso contenuto alcolico, le armi a disposizione delle aziende e dei tecnici per rispondere a questa nuova sollecitazione dovranno essere tenute a portata di mano. Difficile, infatti, specie per i vini rossi del Bel Paese, non ottenere 14 gradi alcolici, semplicemente vendemmiando a perfetta maturità tecnologica (zuccheri e acidità totale) e fenolica (polifenoli) uve da vigne ben condotte in annate normali e in zone che non siano di montagna.
Senza scomodare pratiche enologiche estreme come la dealcolizzazione attraverso “spinning cone column”, metodologia attualmente vietata e decisamente devastante rispetto al quadro aromatico di un vino e considerando ancora prematuro un uso sistematico di lieviti adeguatamente “educati”geneticamente a produrre meno alcol, le opzioni a disposizione dei tecnici sono comunque molte. In cantina, per esempio,l’accresciuto grado alcolico può essere “stemperato” con un’aggiunta di acido tartarico, oppure può essere “saltata” la fermentazione malolattica, ma le operazioni dai risultati migliori sono riconducibili in massima parte ad una più attenta gestione del vigneto, dalla scelta dei tempi di vendemmia, alla lavoro sui sistemi di allevamento e sulle rese a ceppo, dalla gestione dell’apparato fogliare, all’irrigazione.
Carlo Ferrini, enologo e consulente di tante tra le aziende più importanti del panorama enologico nazionale, spiega che “il problema esiste e soltanto una gestione più attenta del vigneto può arginarlo”. Il tecnico toscano concentra la propria attenzione specialmente “sulla gestione della foglia”, ricordando come la viticoltura italiana abbia nel suo patrimonio esperienze molto varie. “La viticoltura siciliana – spiega Ferrini – ha tradizionalmente una sorta di “culto della foglia” bisogna quindi trasferire quell’esperienza anche nelle altre zone d’Italia”. Per l’enologo di Castello di Fonterutoli, Tasca d’Almerita, Donnafugata, Casanova di Neri, Tenuta San Leonardo, “in Toscana, solo per fare un esempio, non ricorriamo più alle pratiche di arricchimento almeno dal 2000”, tuttavia, “l’irrigazione resta ancora una pratica da destinare ai vigneti giovani”, mentre osserva che il problema “colpisce più seriamente i vitigni a bacca rossa di quelli a bacca bianca”. Sembrerebbe un paradosso, data la notoria e superiore delicatezza dei vitigni a bacca bianca, ma, per lo Chardonnay piuttosto che per il Verdicchio il problema è di più facile gestione, intervenendo semplicemente sui tempi di vendemmia. Sui vitigni a bacca rossa, invece, essendo decisiva anche la maturità fenolica, che, solitamente, arriva sempre più tardi di quella tecnologica, la questione si complica e un ritardo nella vendemmia può portare gli zuccheri a livelli troppo alti, stemperare l’acidità e compromettere gli aromi esposti ad una prolungata azione del calore.
Anche per Riccardo Cotarella, forse l’enologo italiano più famoso al mondo, anche per le sue importanti consulenze all’estero, “il nuovo andamento climatico porta con sé un problema di gestione del grado alcolico, anche se, ha consentito, in zone in passato sfavorite, di ottenere uve ben mature anche su vitigni difficili come Aglianico o Sangiovese”. Resta, comunque, anche nell’opinione del tecnico che guida, insieme al fratello Renzo (direttore generale Antinori), l’azienda umbra Falesco “la possibilità di una gestione più attenta del vigneto, dall’aumento delle rese a ceppo alla gestione delle foglie” mentre “l’irrigazione potrebbe rappresentare un arma a doppio taglio, specialmente se impiegata in terreni tendenzialmente siccitosi”. Lorenzo Landi, direttore della produzione di Saiagricola (con aziende in Toscana Umbria, Piemonte) e consulente di importanti aziende come l’umbra Lungarotti, commenta che “negli ultimi 15 anni i dati sembrano concordare su un innalzamento delle temperature e una diminuzione delle piogge. Abbiamo i mezzi agronomici per rispondere a queste nuove sollecitazioni. L’obbiettivo è sempre quello di raggiungere un equilibrio, rendendo flessibili al mutare delle condizioni le nostre tecniche di allevamento della vite e, in questo senso, comincio a pensare che sia necessario avere una posizione più possibilista anche su pratiche come l’irrigazione”.
Decisamente opposto il parere di Leonardo Valenti, professore di viticoltura dell’Università di Milano e consulente di cantine del calibro di Caprai e Berlucchi, almeno sull’uso dell’irrigazione “l’acqua ce n’è sempre meno e quindi non va usata per fare il vino, cioè un bene voluttuario. Se i mutamenti climatici non permetteranno più di praticare la viticoltura in certe zone, allora dovremo spostarci in altre. Non sarebbe la prima volta, è accaduto già in altri periodi della nostra storia”. Ma al di là dell’irrigazione la gestione del grado alcolico, per Valenti si affronta principalmente “agendo sulle rese in uva dei vigneti che devono essere un po’ aumentate”. Tuttavia, specialmente per i vini di qualità, spiega ancora Valenti “troviamo degli ostacoli già a partire dai disciplinari”. Infatti, sottolinea ancora il docente milanese “se io ho un vigneto a 6.000-7.000 piante ad ettaro, probabilmente la sua resa più equilibrata si troverà a 100-120 quintali di uva per ettaro. Ma se il disciplinare prevede una resa minima inferiore, io non potrò puntare al migliore equilibrio per legge”.
Insomma, la gestione del grado alcolico nel futuro prossimo potrebbe diventare uno dei problemi più scottanti, è proprio il caso di dirlo, per il vino italiano, specialmente se la tendenza climatica resterà quella di questi ultimi 10-15 anni. E non sarà soltanto un problema, chiamiamolo, “organolettico”, o di nuova domanda di mercato, ma anche legale nel senso che sarà necessario domare l’esuberanza alcolica dei nostri vini perché, ricordiamo, oltre i 15 gradi, la nostra legislazione e quella europea li classificati come “liquorosi”.

Tratto dal sito Winenews.it

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